L'estrazione dello zolfo e le miniere vulcaniche
Poche sostanze portano tanto peso mitologico quanto lo zolfo. È lo zolfo delle Scritture, l'acre polvere gialla che gli antichi associavano agli inferi, e l'odore pungente che si aggrappa alle bocche vulcaniche dopo un'eruzione. Eppure, malgrado la sua fama infernale, lo zolfo è stato uno dei minerali più utili della storia umana — materia della polvere da sparo, rimedio dell'antica medicina e, soprattutto, materia prima dell'acido che sostiene silenziosamente l'industria moderna. La sua storia va dalle miniere senz'aria della Sicilia a un unico cratere incandescente di Giava, dove gli uomini ancora oggi lo portano fuori sulle spalle.
Lo zolfo, la pietra che brucia
Lo zolfo viene raccolto ed estratto da millenni, molto prima che qualcuno ne comprendesse la chimica. Il suo nome antico indica semplicemente una «pietra che brucia», e la descrizione è azzeccata: giallo brillante, fragile e facilmente infiammabile, brucia con una fiamma azzurra emettendo fumi soffocanti. I popoli antichi lo usavano per fumigare le case, sbiancare i tessuti e curare i mali della pelle; più tardi divenne un ingrediente essenziale della polvere da sparo, mescolato a carbone e salnitro. Poiché fonde a bassa temperatura e si presenta in forma quasi pura e inconfondibile intorno ai vulcani e in certe rocce sedimentarie, lo zolfo fu uno dei primi minerali che l'uomo imparò a raccogliere e a usare direttamente.
La Sicilia, l'isola dello zolfo
Per gran parte dell'Ottocento la Sicilia fu la fonte dominante dello zolfo estratto nel mondo. I giacimenti dell'entroterra centro-meridionale dell'isola, racchiusi in sedimenti gessosi, rifornivano le fabbriche di tutta Europa e oltre, e per decenni quel commercio fu così importante da intrecciarsi con la politica internazionale. Ma le miniere stesse erano notoriamente dure. Lavorate in gran parte a mano, erano calde, anguste e mal ventilate, e il minerale doveva essere issato lungo gallerie ripide e tortuose da grandi profondità.
Il lavoro era diviso tra i picconieri che spezzavano il minerale e i portatori che lo trasportavano, e tra i portatori vi erano i carusi — ragazzi, spesso giovanissimi, che portavano carichi di minerale di zolfo fino alla superficie. Le loro condizioni divennero un simbolo dello sfruttamento e attirarono l'attenzione dei riformatori come degli inorriditi osservatori stranieri. L'industria siciliana finì per declinare, soppiantata dapprima da un nuovo metodo di estrazione al di là dell'Atlantico e poi da fonti ancora più economiche, ma la memoria delle sue miniere resta uno dei capitoli più cupi della storia mineraria.
Il processo Frasch
La svolta venne dagli Stati Uniti. Lungo la costa del Golfo, enormi giacimenti di zolfo giacevano sepolti sotto terreni paludosi e strati di infide sabbie mobili, praticamente irraggiungibili scavando pozzi convenzionali. Alla fine dell'Ottocento il chimico Herman Frasch ideò una soluzione ingegnosa che faceva a meno del tutto del lavoro sotterraneo. Il suo metodo sfruttava il fatto che lo zolfo fonde a una temperatura relativamente bassa, intorno ai 115 gradi Celsius.
Nel processo Frasch, acqua surriscaldata viene pompata nel giacimento attraverso tubi concentrici, fondendo lo zolfo sotto terra. Aria compressa viene poi spinta in basso per far risalire in superficie lo zolfo fuso e schiumoso, dove si solidifica in blocchi di notevole purezza. Nessun minatore scendeva; nessun minerale veniva issato a mano. Il processo era pulito, economico e straordinariamente produttivo, e fece della costa del Golfo una fonte primaria dello zolfo mondiale mentre il prezzo crollava. La Sicilia, con le sue miniere mosse dalla forza umana, non poteva competere.
Dal minerale estratto al sottoprodotto della raffineria
L'era Frasch non durò per sempre, perché uno sconvolgimento ancora più radicale era in arrivo. Oggi la stragrande maggioranza dello zolfo mondiale non viene estratta affatto, ma recuperata come sottoprodotto della raffinazione del petrolio e del gas naturale. Il greggio e il gas grezzo contengono composti solforati che devono essere rimossi prima che i combustibili vengano bruciati, sia per proteggere gli impianti sia per ridurre l'inquinamento — comprese le piogge acide — che le emissioni di zolfo provocano. Le raffinerie captano quello zolfo e lo convertono in forma elementare pura, producendone quantità enormi quasi per inerzia.
Il risultato è una delle ironie più discrete della chimica industriale: la spinta a rendere più puliti i combustibili inonda il mercato di uno zolfo che nessuno ha dovuto scavare. Blocchi e cumuli di un giallo brillante si accumulano presso raffinerie e impianti a gas, al punto che l'offerta è guidata più dalla produzione di combustibili che da un qualsiasi sforzo deliberato di ottenere zolfo. Di fronte a questa ondata di sottoprodotto, l'estrazione dedicata dello zolfo si è in gran parte spenta.
Il cratere incandescente del Kawah Ijen
Vi è tuttavia una notevole eccezione, ed è una delle viste più straordinarie del mondo minerario. Al Kawah Ijen, un vulcano di Giava orientale, in Indonesia, lo zolfo viene ancora strappato a mano in un modo che sarebbe familiare a un minatore di secoli fa. I gas vulcanici sgorgano dalle bocche del cratere e vengono incanalati attraverso tubi, dove condensano e si raffreddano in zolfo fuso che indurisce in lastre di un giallo e un arancione vividi. I minatori spezzano queste lastre, le caricano in ceste, poi portano il pesante carico fuori dal cratere e giù per il fianco della montagna.
Lo fanno in mezzo a nubi di anidride solforosa tossica, spesso con poco più di un panno umido premuto sulla bocca come protezione, in uno dei mestieri più stremanti che si possano immaginare. Il Kawah Ijen è celebre anche per uno spettacolo inquietante: di notte i gas solforosi si accendono e bruciano con una fiamma azzurro elettrico che guizza sul cratere, mentre la sommità racchiude un vasto lago acido di un turchese lattiginoso. Il luogo è diventato una calamita per fotografi e viaggiatori, eppure quegli stessi crateri restano un luogo di logorante lavoro quotidiano.
Perché lo zolfo conta ancora
Per quanto l'estrazione dedicata si sia spenta, lo zolfo resta uno dei materiali più importanti del mondo moderno, proprio per ciò che diventa. La quota schiacciante di esso serve a produrre acido solforico, tra i prodotti chimici industriali più fabbricati in assoluto. Quell'acido è il cavallo da lavoro dietro innumerevoli processi, ma il suo ruolo più importante sta nella produzione di fertilizzanti fosfatici. In altre parole, lo zolfo contribuisce a nutrire il mondo, restando invisibile dietro i raccolti che riempiono i campi.
Così la storia dello zolfo descrive un arco singolare. Un minerale un tempo scavato a un terribile costo umano nelle gallerie siciliane, poi fuso dal sottosuolo grazie a un'ingegnosa astuzia, viene oggi raccolto quasi senza fatica come residuo della depurazione dei nostri combustibili — eppure rimane indispensabile come sempre. Dalla pietra che brucia al fertilizzante, dagli inferi del mito alla chimica dell'agricoltura, lo zolfo non ha mai smesso di essere utile.
Sulla mappa
I paesaggi dello zolfo vanno dai distretti minerari storici della Sicilia centrale al cratere ancora attivo del Kawah Ijen, a Giava, con in mezzo i campi Frasch della costa del Golfo. Usa la mappa interattiva per localizzare questi siti e le regioni vulcaniche e sedimentarie dove lo zolfo è stato estratto, e per seguire come un unico e strano minerale giallo abbia collegato le miniere del Vecchio Mondo ai crateri incandescenti del Nuovo.